Gen Z e la Radio: Perché i Giovani Italiani Stanno Spegnendo lo Schermo per Accendere le Orecchie
C'è qualcosa di strano che sta succedendo nei dormitori universitari, nelle camere da letto dei diciottenni e nei piccoli appartamenti in affitto dei grandi centri italiani. Qualcosa che, fino a qualche anno fa, avrebbe fatto alzare un sopracciglio a chiunque si occupasse di media giovanili. I ragazzi della Gen Z — quella generazione nata tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci, cresciuta letteralmente con lo smartphone in mano — stanno riscoprendo la radio.
Non stiamo parlando di un ritorno nostalgico, di una moda vintage come il vinile o le Polaroid. Stiamo parlando di qualcosa di più profondo, quasi di una reazione biologica a un eccesso. E vale la pena capire perché.
Lo schermo che stanca
Per capire il fenomeno, bisogna partire dall'opposto. I social media visivi — TikTok in testa, poi Instagram, poi YouTube con i suoi Shorts — hanno costruito negli ultimi anni un ecosistema di stimolazione continua. Scroll infinito, notifiche, reel da quindici secondi, transizioni veloci, colori saturi. Il cervello viene letteralmente bombardato.
Secondo una ricerca condotta dall'Università di Bologna nel 2023 su un campione di studenti tra i 18 e i 25 anni, oltre il 60% degli intervistati ha dichiarato di sentirsi «visivamente affaticato» dopo sessioni prolungate sui social. Quasi il 40% ha ammesso di cercare deliberatamente contenuti «solo audio» per recuperare energia mentale durante la giornata.
È in questo contesto che la radio — nelle sue forme più tradizionali ma anche nelle sue versioni più moderne come i podcast e gli audio show — si sta ritagliando uno spazio inaspettato.
I numeri che nessuno si aspettava
I dati di Radiomonitor, la principale piattaforma di rilevazione degli ascolti radiofonici in Italia, mostrano una tendenza interessante: tra il 2022 e il 2024, la fascia di ascoltatori tra i 18 e i 24 anni è cresciuta del 12% su base nazionale. Un incremento che potrebbe sembrare modesto, ma che va letto in controtendenza rispetto a tutti i pronostici degli analisti, che davano la radio in declino proprio tra i più giovani.
Le emittenti che crescono di più in questa fascia non sono necessariamente le più moderne o quelle con la presenza social più forte. Sono spesso quelle con una voce riconoscibile, un palinsesto coerente, una personalità editoriale chiara. Insomma, quelle che fanno radio nel senso più autentico del termine.
Conduttori sorpresi (e felici)
Abbiamo parlato con diversi conduttori radiofonici italiani che negli ultimi mesi hanno notato un cambiamento nel profilo del loro pubblico. "Ho iniziato a ricevere messaggi da ragazzi di vent'anni che mi scrivono cose tipo: 'Ti ascolto mentre studio, non potrei farne a meno'" racconta un conduttore di una radio milanese che preferisce restare anonimo. "Prima il mio pubblico medio aveva quarant'anni. Adesso vedo una fetta crescente di ascoltatori molto più giovani, e mi sorprende ogni volta."
La spiegazione che i conduttori offrono è quasi sempre la stessa: la radio permette di fare altro mentre si ascolta. Si può studiare, cucinare, camminare, guidare. Non chiede attenzione visiva. Non pretende che tu la guardi. Ti parla, e basta.
"È una forma di compagnia che non invade," spiega Marta, studentessa di Lettere a Torino, 22 anni. "Con i video ho sempre la sensazione di dover stare attenta, di non perdere niente. Con la radio mi rilasso. È come avere qualcuno in casa che chiacchiera senza aspettarsi che tu risponda."
La radio come antidoto alla FOMO
C'è un concetto che torna spesso nelle conversazioni con i giovani ascoltatori: la FOMO, cioè la paura di perdersi qualcosa, quella sensazione ansiosa che i social media alimentano continuamente con le loro logiche algoritmiche. La radio, paradossalmente, funziona in modo opposto.
Quando ascolti la radio, sai che stai perdendo qualcosa — il conduttore parla, la canzone passa, il momento non torna. Eppure questo non genera ansia. Genera, al contrario, una sensazione di presenza nel momento. Sei lì, stai ascoltando, e quello che senti è tutto quello che c'è.
È una logica quasi buddista, se ci pensate. E sembra che i giovani italiani, stanchi di inseguire contenuti infiniti, stiano trovando in questo una forma di sollievo.
Audio show e radio digitale: il ponte tra mondi
Naturalmente, la Gen Z non si limita alla radio tradizionale in FM. Il fenomeno comprende anche gli audio show su Spotify, i podcast con format radiofonico, le dirette su piattaforme come Twitch che hanno una componente audio forte. In molti casi, i ragazzi passano fluidamente da un formato all'altro, mescolando vecchio e nuovo senza troppi formalismi.
Quel che conta, in tutti questi casi, è l'assenza dello schermo come elemento centrale dell'esperienza. L'audio diventa il protagonista, e gli occhi restano liberi — o chiusi.
Cosa ci dice tutto questo
Il ritorno della radio tra i giovani italiani non è una nostalgia e non è una moda passeggera. È il sintomo di qualcosa di più grande: una generazione che ha bisogno di trovare spazi di respiro nell'ecosistema digitale in cui è cresciuta. La radio — con la sua semplicità, la sua linearità, la sua capacità di accompagnare senza sopraffare — risponde a un bisogno reale.
E forse, in un'epoca in cui tutto vuole essere visto, c'è qualcosa di rivoluzionario nel scegliere di ascoltare soltanto.